| R.Papa, Natività, 2006 San Giovanni, Jelsi |
Un lontano concilio, il Concilio di Nicea II nel
787, ha definito la correttezza dell’uso delle immagini in Chiesa, ponendo
autorevolmente fine alle tentazioni iconoclaste. Eppure nella nostra
contemporaneità, dominata dall’uso ossessivo di ciò che si vede, le chiese
vengono sovente progettate e realizzate con un atteggiamento che se osservato
più da vicino, appare nuovamente iconoclasta: le pareti sono nude, non ci sono
immagini, tutt'al più elementi simbolici stilizzati, che applicano linguaggi
mutuati da esperienze artistiche lontane dal cristianesimo, se non addirittura
avverse ad esso.
Occorre allora ripercorrere l’antica strada della legittimazione delle
immagini. Partiamo proprio dal Concilio di Nicea II, analizzandone le precise
indicazioni: «noi definiamo con ogni rigore e cura che, a somiglianza della
raffigurazione della croce preziosa e vivificante, così le venerande e sante
immagini, sia dipinte che in mosaico o in qualsiasi altro materiale adatto,
debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, sulle sacre suppellettili, sui
sacri paramenti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie». Le
immagini sacre vengono poste sullo stesso piano della raffigurazione della
croce, e a somiglianza della croce devono essere esposte in ogni luogo: nel
contesto della liturgia, nei luoghi sacri, ma anche nella vita quotidiana, nei
luoghi privati quali le case, e nei luoghi pubblici quali le vie. L’universalità
del messaggio cristiano indica la misura dei luoghi in cui esporre le immagini,
ovvero tutti i luoghi. Le immagini sacre devono inoltre essere presenti negli
arredi sacri ed anche sui paramenti. Non viene precisata la tecnica, infatti le
immagini possono essere dipinte, a mosaico, o in qualsiasi altra tecnica
opportuna, ma viene precisato il soggetto: «siano esse l’immagine del signore
Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella dell’Immacolata Signora nostra, la
Santa Madre di Dio, dei santi angeli, di tutti i santi e giusti». Dunque si
tratta chiaramente di immagini che rappresentino prioritariamente Gesù Cristo,
la cui incarnazione è il principio fondante dell’arte sacra figurativa, ed anche
la Madre del Signore, gli angeli, i santi ed i giusti, ovvero tutta il corpo
della Chiesa, il suo mistero e la sua storia.
Il Concilio precisa poi i motivi e le finalità delle immagini sacre:
«Infatti, quanto più prudentemente queste immagini vengono contemplate, tanto
più quelli che le contemplano sono portati al ricordo e al desiderio dei modelli
originali e a tributare loro, baciandole, rispetto e venerazione». La
contemplazione delle immagini induce al ricordo e al desiderio dei soggetti
rappresentati; si tratta dunque di una dinamica conoscitiva e affettiva, che
parte dall’immagine rappresentata ma termina nel soggetto reale; è analoga,
potremmo dire, alla funzione che hanno le fotografie dei nostri cari, che ci
ricordano le persone amate. Tenere vivo il ricordo e il desiderio costituisce un
importante cura della propria fede, la coltivazione della propria vita
spirituale.
Si tratta di un rapporto non idolatrico, perché il termine
dell’adorazione non è appunto l’immagine, ma il soggetto rappresentato. Infatti,
il Concilio ha cura di prevenire e di arginare gli eccessi che erano stati
presenti nell’Oriente cristiano, e che avevano anche indotto, per contrasto, la
reazione iconoclasta. «Non si tratta, certo, di una vera adorazione (latria),
riservata dalla nostra fede solo alla natura divina, ma di un culto simile a
quello che si rende alla immagine della croce preziosa e vivificante, ai santi
evangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso e di
lumi secondo il pio uso degli antichi. L’onore reso all’immagine, in realtà,
appartiene a colui che vi è rappresentato e chi venera l’immagine, venera la
realtà di chi in essa è riprodotto.» Si tratta dunque di un onore reso alla
realtà e non alla rappresentazione, ma tramite il culto reso all’immagine si
alimenta e si esprime l’adorazione verso Dio, l’unico degno di essere adorato.
Notiamo che il corretto parametro del culto dell’immagine è costituito dal culto
della croce, preziosa e vivificante, e posto in analogia al culto che si dà al
Vangelo, che ovviamente non significa adorazione del libro ma della Parola di
Dio.
Il Concilio sottolinea che il culto delle immagini fa parte della tradizione
della Chiesa: «Così si rafforza l’insegnamento dei nostri santi padri, ossia
la tradizione della chiesa universale, che ha ricevuto il Vangelo da un confine
all’altro della terra. Così diventiamo seguaci di Paolo, che ha parlato in
Cristo, del divino collegio apostolico, e dei santi dei padri, tenendo fede alle
tradizioni che abbiamo ricevuto. Così possiamo cantare alla chiesa gli inni
trionfali alla maniera del profeta: “Rallegrati, figlia di Sion, esulta figlia
di Gerusalemme; godi e gioisci, con tutto il cuore; il Signore ha tolto di mezzo
a te le iniquità dei tuoi avversari, sei stata liberata dalle mani dei tuoi
nemici. Dio, il tuo re, è in mezzo a te; non sarai più oppressa dal male». Il
culto delle immagini si legittima nell’insegnamento apostolico, nella tradizione
della Chiesa universale. Non solo ma viene poi precisato che «ciò che è stato
affidato alla chiesa» è «il vangelo, la raffigurazione della croce,
immagini dipinte o le sante reliquie dei martiri»; dunque le immagini
dipinte fanno parte del deposito della Fede, di ciò che è stato “affidato” alla
Chiesa, sfuggendo dunque all’arbitrio degli uomini: nessuno può decidere che si
può fare a meno del culto delle immagini. La tradizione del culto delle immagini è ininterrotta nella Chiesa cattolica
che anzi trova in questa pratica un segno di distinzione dalle tendenze
iconoclaste proprie di molte correnti protestanti. Il Concilio Vaticano II si
pone in continuità con la tradizione e nella Costituzione sulla Sacra Liturgia
Sacrosanctum Concilium afferma: «Si mantenga l’uso di esporre nelle
chiese alla venerazione dei fedeli le immagini sacre». Analogamente al
Concilio di Nicea, precisa che la devozione deve essere corretta, e soprattutto
che il sentimento da suscitare non è l’ammirazione verso l’immagine, ma la
venerazione dei soggetti rappresentati: «si impongano in numero moderato e
nell’ordine dovuto per non destare ammirazione nei fedeli e per non indulgere a
una devozione non del tutto corretta».
Forse una delle riflessioni più chiare e profonde sull’uso delle immagini
sacre, è fornita dalla introduzione al Compendio del Catechismo della Chiesa
Cattolica (20 marzo 2005): «Esse [le immagini] provengono dal ricchissimo
patrimonio dell'iconografia cristiana. Dalla secolare tradizione conciliare
apprendiamo che anche l'immagine è predicazione evangelica. Gli artisti
di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i
fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del
colore e nella perfezione della bellezza. È un indizio questo, di come oggi
più che mai, nella civiltà dell'immagine, l'immagine sacra possa esprimere
molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il
suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico» ( n.
5, corsivi aggiunti).
L’immagine nei secoli è riuscita a trasmettere i fatti salienti del mistero
della salvezza, e tanto più oggi, nella civiltà dell’immagine, deve saper
recuperare la propria fondamentale importanza, in quanto l’immagine esprime più
delle stesse parole, in un dinamismo di comunicazione e trasmissione della Buona
Novella.
(pubblicato su ZENIT 6 dicembre 2010) http://www.zenit.org/article-24834?l=italian